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SOCIETA'
9 gennaio 2012
Il Polesine allunga la vita: 54 over 100
 Lunedì 9 Gennaio 2012, 
«Non è un paese per vecchi» recita il titolo di un famoso film. Chi l'ha scritto sicuramente non pensava a Rovigo dato che il Polesine si conferma tra le provincie con il maggior numero di anziani, non solo del Veneto, ma anche d'Italia (anche se l'indice di vecchiaia negli ultimi anni è leggermente diminuito, passando dal 205,3 per cento al 195,9 per cento).
Secondo l'elaborazione del sito Comuni-italiani.it su dati Istat, in Polesine ci sono ben 55 ultracentenari, 10 uomini e 45 donne, di cui nove solo nel Comune di Rovigo (2 maschi e 7 femmine). Una di questi, Iole Andreotti Bassani, purtroppo non è riuscita ad arrivare al 2012: si è spenta all'alba del 31 dicembre scorso nella Casa albergo di Lendinara. Il 10 aprile avrebbe compiuto 102 anni.
Il 22,4 per cento della popolazione polesana è rappresentato da ultra sessantacinquenni (un po’ meno, il 21,7 per cento, nel capoluogo): su un totale di 247.884, ben 55.572 hanno superato la soglia dei 65 anni e 29.729 ne hanno più di 75. In provincia di Rovigo non è raro oltrepassare i 90 anni dato che ben 1.687 abitanti hanno un'età compresa tra i 90 e i 94 anni (lo 0,7 per cento della popolazione) e ben 563 (lo 0,2 per cento) hanno superato i 95 e procedono verso il traguardo del secolo di vita.
Nonostante tutti ambiscano ad arrivare (possibilmente sani) a questa età, questo allungamento della vita causa non pochi problemi. Aumentano, infatti, i casi di anziani che vivono soli e che non sempre godono di autonomia funzionale nello svolgimento delle comuni attività quotidiane.
Questa prospettiva demografica, con un costante aumento degli ultra sessantacinquenni non compensato da nuove nascite, pone preoccupanti interrogativi: l'aumento dell'età è associato, infatti, a un aumento della prevalenza delle patologie croniche disabilitanti.
Di conseguenza, la necessità di assistenza diventa un problema preponderante nella pianificazione sanitaria non solo nazionale, ma anche locale.
Il segnale d'allarme è già arrivato dall'assessore ai Servizi Sociali di Palazzo Nodari Gianni Saccardin che ha spiegato come nel capoluogo tra gli oltre 11.500 anziani, ben 3.400 vivono soli.
Non solo: «Il Polesine è la provincia veneta con il maggior numero di over 65 ma anche con le pensioni più basse di tutta la regione: la metà degli anziani, infatti, arriva a malapena a 600 euro al mese. Facile immaginare come possa essere difficile "tirare avanti" in questa maniera», aveva commentato l'assessore nel presentare la consulta della Terza età.

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SOCIETA'
6 gennaio 2012
Polesella - Rito di commiato presieduto dal Vescovo
 

Polesella - Rito di commiato presieduto dal Vescovo
Commozione ed affetto profondo
Per Don Bruno Crivellin

Venerdì 9 u. s., alle ore 10.00 nella Basilica  di S. Maria del Rosario a Polesella gremita come nelle grandi occasioni, di fedeli in preghiera giunti oltre che da Polesella - Raccano, anche da Frassinelle San Bortolo, Mardimago, Cavazzana e tantissimi da San Martino di Vanezze, paese di don Bruno Crivellin, ha avuto luogo la celebrazione della Liturgia funebre per l'Arciprete defunto il mercoledì 6 dicembre. Nei primi banchi il fratello Benedetto, le sorelle Lucia e Maria Grazia la sig.na Lucia, i nipoti ed i parenti e poi gente e gente in ogni angolo. Riempivano il presbiterio e circondavano la bara, oltre un centinaio di sacerdoti diocesani e del movimento dei focolari. Tutta la chiesa era parata a festa per la solennità dell'Immacolata: le tante rose bianche, ben riassumevano i sentimenti dei presenti.
La veglia
E' stata una celebrazione a coronamento da tre giorni  di preghiera e di riflessione: all'arrivo della salma, nelle celebrazioni dell'Immacolata,e proprio nel vespero della solennità, la comunità di Polesella - Raccano si era raccolta in preghiera per dare spazio a tutti e a ciascuno di esprimere la riconoscenza al sacerdote buono, al pastore amato e a Dio che alla comunità l'aveva donato.Quegli della''veglia",sono stati momenti molto intensi. Se ne è reso interprete l'Arcipretre ringraziando per la partecipazione intensa e devota.
Il coro parrocchiale
Guidato dal m. Barbierato, il coro polifonico parrocchiale di Polesefla, ancora in festa per i 150 di vita, ha animato il canto assembleare, che bene ha saputo dare ala celebrazione il clima di serena fede e di intensa lode a Dio, pur nel dolore della perdita di Don Bruno.
L'omelia del vescovo
Il Vescovo ha aperto  l'omelia ricordando che i Medici "non sono riusciti a individuare le cause della lunga malattia che ha strappato don Bruno ai familiari e alla sua comunità parrocchiale" ed ha  ricordato come il sacerdote  scomparso "è stato circondato da una straordinaria ed esemplare manifestazione di affetto dei suoi familiari - il fratello Benedetto, le sorelle Maria Grazia e Lucia, le nipoti e dalla collaboratrice domestica sig.na Lucia - nei lunghi mesi della malattia" A loro a porto il ringraziamento suo,del Presbiterio Diocesano e dell'intera Diocesi. Per tutti loro ha avuto parole di partecipazione al dolore e al distacco.
 ...la Parola di Dio
 ".. .La Parola di Dio - ha proseguito il Vescovo - ci invita ad affrontare l'evento della morte con fducia e carichi di speranza: "Buono è il Signore con Chi spera in Lui con chi lo cerca..." e richiamando San Paolo:" ... io sono persuaso che né morte, ne vita, né angeli, né principati, né presente né futuro, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù...". Ha poi fatto riferimento al Vangelo della resurrezione di Lazzaro: "... io sono la resurrezione e la vita; che crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in. me , non morirà in eterno ...". E proseguiva Gesù non dice soltanto Io sono la vita", ma dice: "io sono la resurrezione e la vita"... Grazie a Gesù la vita non annientata neppure dalla morte, anzi Gesù si serve della morte per far sbocciare la nuova vita,la vita eterna". Di nuovo richiamando San Paolo:".. .Se lo spirito di Dio,  che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spinto che abita in voi..."(Rm8,ll). "E' con questa fede nella nostra risurrezione finale che noi accompagniamo il nostro frateÙQ Don Bruno alla Casa del Padre..."
Dal Testamento
Poi il Vescovo ha tracciato un incisivo profilo del Defunto ed ha concluso citando alcuni brani del testamento che aveva steso il 21 maggio u.s.:"...grazie, Signore, per tutte le comunità nelle quali ho svolto il ministero sacerdotale. In "...ognuna di esse ho sempre potuto incontrare autentici capolavori di persone cristiane che hanno collaborato generosamente alla formazione di comunità cristiane...", "...a voi care famiglie e coppie di sposi, la mia gratitudine per la vostra presenza nei momenti significativi e formativi della parrocchia...", "...a voi, cari giovani, i sentimenti più sublimi del mio affetto. Ho sempre sognato un rapporto vivo con voi, in cui Gesù fosse la guida, il maestro, la via, la verità e la vita.. .ora davanti alla ineluttabilità della morte, non possiamo più nasconderci o giocare alle sostituzioni...'Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo: egli è la vita...", "...cosciente della mia indegnità e altrettanto convinto dell'amore misericordioso di Gesù, confido che mi perdonerà tutti i miei peccati..." a tutti chiedo perdono; ai confratelli chiedo il ricordo di una preghiera quando saliranno all'altare..."
Il commiato
Dopo la Messa, il semplice rito del commiato liturgico è stato concluso con l'antifona "In Paradisum" .con la melodia gregoriana cantata dai sacerdoti, mentre la bara portata a spalla,e preceduta dal lungo corteo dei preti s'avviava all'uscita, accolta da un lungo applauso, quasi viatico per il percorso che l'avrebbe portata a S. Martino per essere sepolta nella tom


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SOCIETA'
4 gennaio 2012
L'amico prete
 

 Mercoledì 7 Dicembre 2011,

Si è spento nella mattinata di ieri don Bruno Crivellin: aveva 73 anni compiuti lo scorso 22 ottobre.

Don Bruno è stato il sacerdote "storico" delle parrocchie della Beata Vergine del Rosario di Polesella e della Natività di Raccano, reggendole dal 1993 al 2011. Poi, per problemi di salute, ha dovuto ritirarsi.

Al suo posto il vescovo Lucio Soravito De Franceschi ha nominato don Umberto Rizzi che lo scorso 2 ottobre si è insediato nelle due parrocchie del centro rivierasco.

Don Bruno è stato sacerdote in diversi comuni del'Alto Polesine: prima di Polesella aveva guidato la parrocchia di Mardimago e tra il 2006 e il 2007 è stato amministratore a San Bartolomeo Apostolo di Frassinelle Chiesa.

La comunità di Polesella ha appreso con grande mestizia la notizia della scomparsa giunta improvvisa sebbene le non buone condizioni di salute: don Bruno era una persona molto disponibile, affabile che ha sempre aiutato il prossimo in difficoltà. Le cause della morte sono ancora da accertare ed è stata disposta l'autopsia.

Questa sera, nella basilica della Beata Vergine del Rosario, sarà recitato il rosario; la camera ardente sarà allestita nella sala di Santa Maria Assunta, attigua alla chiesa. La comunità potrà recarsi alla camera ardente già dalla serata di oggi e durante tutta la giornata dell'Immacolata.

I funerali saranno officiati dal vescovo Lucio Soravito De Franceschi, dal parroco don Umberto Rizzi, venerdì mattina alle 10 nella basilica della Beata Vergine del Rosario.


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CULTURA
28 dicembre 2011
Un amico del Delta

Un amico del Delta
di Luciano Scarpante
Ventaglio n. 43 - Luglio 2011
UN RICORDO

 
Era nato 67 anni fa a Frisa, un piccolo comune dell’Abruzzo in provincia di Chieti, ma fin da giovane si era trasferito a Firenze, che ben presto diventò la sua città di adozione. Nel capoluogo toscano abitava nella centralissima via del Corso, in una casa ricca di almeno otto secoli di storia e di memorie: nel XIII secolo fu l’abitazione di Gemma Donati, la moglie di Dante Alighieri.
E proprio a Firenze lo incontrai la prima volta, nel marzo del 1975, durante una mia personale alla galleria “Borgo Pinti”, dove egli aveva esposto pochi mesi prima. Nel dicembre dello stesso anno lo invitai qui nel Delta polesano, al casone di valle Ravagnan, in località Ca’ Pisani, dove veniva esposta la cartella di grafica “La Venere del Delta”.
In quell’occasione gli presentai Giuseppe Marchiori e Sandro Zanotto, da lui molto stimati, ma, soprattutto, gli feci conoscere il delta del Po, del quale si innamorò letteralmente. Da allora tornò spessissimo e sempre con grande entusiasmo in Polesine, non solo a Porto Tolle, sconfinando anche nel veneziano, soprattutto a Chioggia e a Sottomarina, luogo in cui ha realizzato, per la nuova chiesa dedicata al Buon Pastore, il grande trittico che sovrasta l’altare maggiore.
In certe occasioni le sue visite erano improvvise e non programmate. Ricordo di quella volta in cui, uscito dalla propria abitazione con la moglie per andare alle Cascine, decise strada facendo di portarsi nel Casentino, per poi sconfinare in Romagna. Durante il viaggio la meta finale veniva via via cambiata e, di tappa in tappa, pensò di far visitare ad Anna l’abbazia di Pomposa. Erano ormai vicini a Porto Tolle, per cui pensò di venirmi a salutare. Quando arrivarono stava calando la sera e mia moglie propose loro di fermarsi la notte. Accettando l’invito Anna disse: “… però ho con me soltanto il fazzoletto; ero uscita per andare alle Cascine…”.
A Porto Tolle Lanci è tornato spesso anche per iniziative culturali e, in due occasioni, non ebbe difficoltà a coinvolgere gli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove insegnava incisione: nel 1988 progettò e coordinò un laboratorio d’arte con sette studenti dell’Accademia, tra i quali Massimo Bartolini, oggi artista di fama internazionale; nel 2009, insieme all’assessore alla cultura del comune dott.ssa Silvana Mantovani e al gruppo Arte Sentimentale, realizzò con nove studenti dell’Accademia e il musicista Federico Mengoni un articolato progetto intitolato “I fantasmi di Scano Boa”, che si concluse con una serie di mostre e la pubblicazione di un libro.
Da non dimenticare poi la grande mostra di Arte Sentimentale del 2001 alla “Pescheria Nuova” di Rovigo, organizzata dalla Provincia, che registrò un ampio consenso di critica e visitatori. E a questo proposito va sottolineato come il movimento Arte Sentimentale si sia costituito grazie ad Amedeo Lanci, che si mosse proponendo e discutendo la propria teoria dapprima con Guido Del Fungo e successivamente con i pittori Umberto Falchini, Luciano Scarpante, Günther Wolf che divennero i suoi “compagni di strada”, come scrisse Alberto Severi, per una rivoluzione culturale non nemica della tradizione e in grado di recuperare e rivalutare i sentimenti, che rappresentano l’aspetto più trascurato degli ultimi decenni, da rinverdire.
Solo pochi mesi fa, il 4 ottobre 2010, proprio in Polesine, nella sala Oliva dell’Accademia dei Concordi, tempio della cultura polesana, Arte Sentimentale ha celebrato i dieci anni di attività: il movimento era stato presentato ufficialmente alla stampa e al pubblico in Palazzo Vecchio a Firenze il 4 ottobre 2000 (vedi Ventaglio90 n. 41).
L’esistenza di Amedeo Lanci era fatta di sentimenti e di passioni che avevano per oggetto l’arte e la bellezza femminile (quando era in compagnia era solito dedicare i suoi brindisi Alla vita, all’arte e alle belle donne), bellezza femminile che torna ricorrente nelle sue opere, a volte come rappresentazione esplicita, più spesso sublimata attraverso le forme sinuose e sensuali di una chitarra.
I suoi quadri sono conosciuti in tutto il mondo. Ha infatti esposto nelle principali città italiane ed ha allestito numerose mostre all’estero: Francia, Russia, Grecia, Argentina, Stati Uniti, Cina e Germania dove era già stato, da giovane, per lavorare come manovale in fabbrica dopo la morte del padre.
Un impegno e un’emozione particolare accompagnavano le mostre in terra d’Abruzzo. All’inizio del 2007, mentre preparava la mostra “Il luparo” (allestita a Lanciano nell’ottobre dello stesso anno) volle sperimentare la situazione di trovarsi a tu per tu con i lupi allo stato libero. Si fece accompagnare con un fuoristrada fin dove il terreno lo permetteva e poi si incamminò a piedi nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. Verso sera fu sorpreso da una forte nevicata che gli impediva il ritorno; non poteva comunicare con alcuno perché il telefono cellulare non aveva campo; si rifugiò in una piccola grotta, accovacciandosi con il viso rivolto all’esterno.
Intanto la neve aveva smesso di scendere. Passata la mezzanotte l’incontro ravvicinato: due lupi nella neve ad una ventina di metri. La mattina trovai sul mio telefonino un sms nel quale Amedeo descriveva l’emozione, la tensione e il batticuore di quei momenti, col sudore freddo che gli scendeva lungo la schiena, la paura che gli animali fossero infastiditi dalla sua presenza, le mani che impugnavano una pistola (aveva portato un’arma per eventuali situazioni di emergenza) ma tremavano. Finalmente, dopo una breve sosta, i lupi se ne andarono e il Lanci poté rilassarsi. Il messaggio si concludeva con le seguenti parole: “...Che quadri farò!”.
Il pittore Amedeo Lanci ci ha lasciati lo scorso 31 gennaio 2011, quando aveva ancora tanto da dare, con ancora una gran voglia di vivere e di fare.
Era in pensione da meno di tre mesi e mi diceva: “Adesso che sono libero dall’insegnamento faremo cose grandi”. Aveva in testa tante idee e a fine estate mi aveva anche accennato all’ipotesi di un’esposizione con milleduecento quadri. Resta pure incompiuta la preparazione della mostra che l’avrebbe visto tornare in Abruzzo nel prossimo autunno, iniziativa che sarà comunque realizzata, pur con un allestimento che certamente non coinciderà con il progetto del Lanci, trasformandosi inevitabilmente in un omaggio postumo.

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Lanci ci ha lasciato
Il grande Lanci ci ha lasciato. Anna di Amedeo (30-01-2011).
Questo il messaggio che Anna, moglie del Lanci, mi ha inviato alle ore 01 e 24 minuti del 30 gennaio ultimo scorso. Un aneurisma all’aorta l’aveva colpito il 21 dicembre, interrompendo bruscamente quel suo modo irruente e insieme gioioso accostarsi alla vita e all’arte, e portandolo in poco più di un mese alla morte.
Firenze, che aveva tenuto a battesimo il suo esordio artistico alla fine degli anni Sessanta, gli ha dato l’ultimo saluto martedì 1 febbraio 2011 nella basilica della Santissima Annunziata, gremita all’inverosimile. Al termine del rito religioso, attori del gruppo teatrale “Chille de la Baldanza”, con i quali aveva condiviso numerosi eventi e performances, hanno letto la “preghiera del pittore”, una sorta di autoritratto poetico di Lanci, che ha commosso profondamente tutti i presenti.

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CULTURA
28 dicembre 2011
La Carboneria e il Polesine
La Carboneria e il Polesine
di Lino Segantin
Ventaglio n. 43 - Luglio 2011
STORIA-TRADIZIONI

 
Nata 150 anni fa - dopo il favorevole esito della Spedizione dei Mille e le successive azioni concluse con la proclamazione fatta dal Primo Parlamento Nazionale - l’Italia Unita difettava territorialmente, come è noto, dello Stato Pontificio e del Triveneto. La soddisfazione per il positivo risultato raggiunto, lasciò pertanto l’amaro in bocca a molti patrioti, tra cui vari polesani che dovettero ancora trascorrere cinque anni di esilio prima di poter tornare ai paesi natii a conclusione della terza guerra di Indipendenza, come annotato nei suoi scritti tra gli altri dal lendinarese Alberto Mario.
La radice polesana
La celebre frase “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani”, attribuita a Massimo D’Azeglio, evidenziava una situazione concreta, ombreggiando però il lungo percorso storico dell’ideale nazionale, sbocciato prepotente fin dai primi decenni dell’Ottocento. Un’azione questa, intesa non solo a “fare l’Italia libera, unita ed indipendente”, ma anche a “fare gli italiani” cioè a diffondere l’ideologia nazionale con iniziative di aggregazione, attuate in primis dalla Carboneria. Un’associazione che proprio nella terra polesana ebbe importanti riscontri organizzativi specie a Fratta, Crespino e Rovigo.
Nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia, appare pertanto opportuno richiamare alla memoria questi eventi e le sofferenze inaudite a cui andarono incontro gli “italiani convinti” del Polesine che nel secondo decennio dell’800 trovarono linfa per i loro sentimenti patrii nella Carboneria.
Va innanzitutto ricordata la situazione politica del tempo, caratterizzata a livello europeo dal primato politico dell’Austria, che, dopo aver definitivamente sconfitto Napoleone, vide riconosciuto con il Congresso di Vienna il suo possesso del territorio del Lombardo-Veneto. E da subito iniziò un’azione capillare volta al controllo del territorio e ad individuare eventuali focolai di dissenso.
Il crescente autoritarismo, l’esasperato centralismo, accentuato dal ripristino di modelli di governo e di azione di un passato ormai anacronistico, suscitarono ben presto malcontenti, che, stante il duro regime poliziesco e coercitivo, non potevano essere resi manifesti. Le idee di libertà ed indipendenza trovarono pertanto forme di espressione legate a vie segrete e vincolate ad un solenne giuramento a non rivelare mai il nome degli adepti né gli obiettivi della Carboneria.
La attenta sorveglianza asburgica non mancava però di cogliere i segnali del diffondersi delle nuove idee. In tutto il Lombardo Veneto l’attenzione era tenuta desta, e nei commissariati venivano frattanto compilati gli elenchi dei sospetti: più di quaranta individuati proprio in Polesine sulla ottantina di presunti carbonari annotati in tutto il Veneto1. Un fenomeno in larga misura sviluppatosi dunque proprio tra Po ed Adige che, nell’ottica di Vienna, bisognava sradicare quanto prima, onde bloccarne la diffusione.
Occorreva pertanto individuare una situazione deflagrante, in grado di portare allo scoperto i sostenitori dell’ideologia finalizzata - per dirla proprio nel gergo carbonaro - a “cacciare i lupi (gli austriaci) dalla foresta (la penisola italiana)”.
I fatti sono noti. Fu il famoso “banchetto carbonaro” di Fratta Polesine ad offrire l’opportunità di cogliere il bandolo della matassa. Fatti noti, ma che si ritiene opportuno qui ricordare nel 150° dell’Unità d’Italia, dato che una importante radice del sogno unitario si sviluppò proprio nella terra polesana.

Il ruolo di Cecilia Monti
L’inchiesta diede i suoi primi frutti dopo il celebre banchetto di San Martino, quando si procedette ai primi arresti. Ad iniziare dall’avv. Antonio Molin di Cavarzare, presente la sera dell’11 Novembre 1818 a villa Grimani-Molin (ora Avezzù) con i carbonari di Fratta, arrestato il 6 dicembre. A quanto pare, fu il primo a fare delle confessioni, indicando il significato politico della riunione frattense organizzata da Cecilia Monti d’Arnaud.
In una informativa del capo della polizia Vogel, indirizzata al governatore in data 19 dicembre, sono riportate le dichiarazioni del Molin relative al ruolo dell’intraprendente donna, la quale assicurava che “…doveva seguire ben presto in Francia una rivoluzione… (il cui obbiettivo era il) ristabilimento in trono del figlio dell’arciduchessa Maria Luigia, già re di Roma, sotto gli auspici della madre che doveva essere nominata reggente” 2.
Ma chi era questa tessitrice di una trama politica volta a sostenere la causa bonapartista?
Cecilia Monti, originaria di Fratta, donna sicuramente intelligente, colta e quanto mai abile nell’intrecciare importanti relazioni, aveva vissuto a Parigi alla corte di Napoleone, tra le persone intime che si erano prese cura del figlio dell’imperatore. Il suo interesse per i carbonari era pertanto finalizzato a coinvolgerli in un’iniziativa in funzione filo-napoleonica, sostenuta da una apposita società segreta denominata “La Spilla Nera” della quale faceva parte.
Dopo la sconfitta del Bonaparte a Lipsia (1813) Cecilia Monti era tornata a Fratta col marito, il generale francese G. B. d’Arnaud ed il fratello Sebastiano Monti, prendendo in affitto la bella villa palladiana sullo Scortico, iniziando ad intessere la sua trama con personaggi locali, ma anche recandosi spesso oltre il Po a Bologna e facendo persino visita a Napoleone detenuto all’Elba.
Anche la d’Arnaud viene sentita dal capo della polizia che così relaziona: “…Questa donna indefinibile, d’una testa vulcanica e bizzarra, il di cui carattere offre finora un misto curioso di religione e di scioltezza, di lealtà e di malizia, congiunte in una grande conoscenza del mondo e ad uno spirito naturalmente coraggioso ed intraprendente (…) risulta dalle stesse sue confessioni per un’esaltatissima partigiana del cessato Governo Francese, ed ora in particolar modo di S. M. l’arciduchessa Maria Luigia e del Pincipe suo figlio” 3. Il Vogel giunge ad ipotizzare per la bella ed intrigante filo-napoleonica “uno stralcio di procedura”. Cosa che poi avvenne, favorendo una conclusione rapida delle indagini a suo carico con un decreto di espulsione dagli stati austriaci per la Monti e marito, mentre il fratello si volatilizzò partendo a quanto pare per la penisola Iberica dove raggiunse la moglie spagnola. Di tutti e tre in breve si persero le tracce.

Arresti in tutto il Polesine
La partita degli inquirenti si era nel frattempo aperta con l’arresto di altri due commensali frattensi della cena di San Martino:
Don Marco Fortini, uomo timoroso, la cui adesione alla carboneria era avvenuta in modo quanto meno anomalo, in una situazione architettata dagli amici di Fratta in cui si era trovato invischiato forse suo malgrado. Costretto a pronunciare la promessa solenne, di cui subito dopo ebbe a pentirsi, di fronte agli inquirenti palesò tutto il suo animo disperato chiedendo inutilmente pietà.
Antonio Villa, notaio, residente nella bella dimora settecentesca che guarda lo Scortico ad occidente, era stato affiliato alla Carboneria dal pretore di Crespino Felice Foresti, personaggio di spicco nell’ambito della società segreta. Il suo arresto avvenne il 16 dicembre e, nonostante l’apparenza di una corporatura robusta, si dimostrò molto fragile di fronte agli inquirenti, facendo varie ammissioni, cercando di sminuire la propria responsabilità addebitando ad altri le colpe della diffusione delle iniziative carbonare.
Le informazioni del Villa permisero agli inquirenti austriaci di far scattare una retata che si sviluppò in tutto il Polesine all’indomani di una festa tenutasi nella sera dell’Epifania (6 gennaio 1819) nel Salone dell’Accademia del Concordi di Rovigo, presenti non pochi degli indagati.
Di ciò troviamo notizia nel diario inedito di mons. Luigi Ramello, erudito rodigino che fu anche presidente dell’Accademia dei Concordi. Apprendiamo innanzitutto dell’arresto il 7 gennaio di 4 rodigini: Francesco Cecchetti, capoufficio del tribunale di Rovigo, Antonio Lenta, cancelliere, ex commissario di polizia, Domenico Zona, ex ufficiale della Guardia Cittadina, Lorenzo Cecchetti, funzionario della Conservatoria delle Ipoteche. Le note del diario ci informano poi del concentrarsi dell’azione poliziesca proprio a Fratta: “Alla Fratta in questa mattina arrivarono 100 uomini d’infanteria e 50 Dragoni a cavallo attorniavano le strade e arrestarono, con i commissari di polizia venuti da Venezia, i signori Monti, Oroboni detto il Muletto, Davì, ed altri…” 4.
Nel paese bagnato dallo Scortico, dove si ebbe il massimo dispiegamento di forze, furono complessivamente ben 18 gli arresti. Oltre ai già citati, ovvero il cavarzerano Antonio Molin, Cecilia Monti, G. B. D’Arnaud, Sebastiano Monti, don Marco Fortini, Antonio Oroboni, troviamo i fratelli Giovanni e Giacomo Monti, i fratelli Antonio e Carlo Poli, Luigi Passi, Luigi Raspi, Giuseppe Rosati, Domenico Davì, Federico Monti, Angelo Gambato, Vincenzo Zerbini e Domenico Grindati.
Ma la retata si estese a buona parte del Polesine, interessando in particolare la zona di Crespino con l’arresto in paese del pretore Felice Foresti, del medico condotto Vincenzo Carravieri, dell’impiegato presso la pretura Giovanni Bacchiega, del legale Benvenuto Tisi, del sacerdote don Gaetano Caprara.
Nella vicina Canalnovo fu arrestato Pietro Rinaldi; a Polesella Natale e Luigi Maneo e Girolamo Lombardi; ad Occhiobello il possidente Carlo Cavriani e Vincenzo Saladini; a Calto Costantino Munari; a Ficarolo don Giuseppe Mantovani; a Fiesso Antonio Viviani pretore di Malcesine: a Badia Annibale dal Fiume; ad Ariano Francesco Maregola.
Tra gli arrestati di Fratta particolarmente penoso fu il confronto con il giovane Conte Antonio Fortunato Oroboni che inutilmente cercò di smentire ogni sua appartenenza alla Carboneria, giacché il commissario Lancetti, in seguito alle confessioni del Villa, trascinò l’Oroboni nella cappella funeraria di famiglia dove il giovane (d’accordo col Villa) aveva nascosto documenti compromettenti.
Tutti gli arrestati venivano frattanto tradotti a Venezia, alcuni prima ai Piombi di Palazzo Ducale, ma poi tutti nell’isola di San Michele di Murano dove fra l’altro, fatti evacuare dalle celle a causa di un distruttivo uragano, ebbero modo di concertare una linea di difesa studiata dal pretore Foresti. Iniziativa inutile perché, sempre a causa di ammissioni del Villa, fu individuato a Crespino un altro importantissimo documento di compromissione denominato “Costituzione Latina”.

L’imperatore a Rovigo
Mentre gli arrestati venivano sottoposti a reiterati e spesso strazianti interrogatori condotti con abilità dal giudice inquirente Antonio Solera, ben diverso era il clima che si respirava a Rovigo. Atmosfera di attesa e di festa per un arrivo di suprema importanza: la visita dell’imperatore Francesco I con la moglie l’imperatrice Carlotta, il vicerè del Lombardo-Veneto Ranieri ed altri dignitari della corte.
Nel succitato diario del Ramello, in data 7 febbraio 1819, si legge che “Per la venuta del Sovrano si sta preparando l’apertura del Teatro Nuovo…”, oltre a vari interventi di abbellimento della città. L’arrivo avviene il 2 marzo, descritto con entusiasmo dal Ramello che però deve notare: “Data l’indisposizione del Sovrano, la visita ai palazzi pubblici civili viene fatta dal principe Vice Re”, il quale ebbe poi modo di lodare scelti capi di bovini, ammirando “quanto sia bella la nostra razza del Polesine”. Nel frattempo l’imperatrice veniva accompagnata in visita ai luoghi sacri, a cominciare dalla Chiesa della Rotonda.
Grande soddisfazione si ebbe poi nell’apprendere che l’imperatore, negatosi alla vista dei rodigini per la sua indisposizione, intendeva rimediare al ritorno dal suo viaggio. Cosa che avvenne il 21 aprile quando fu aperto festosamente il nuovo teatro dove l’imperatore venne accolto da prolungati applausi e da “un’onda di fazzoletti bianchi spiegati dalle logge (…) tutto riuscì a rendere quell’ora tra le più belle; veramente per Rovigo non si poté dare cosa più compiacente”.

Le 34 condanne
Nel diario del Ramello il pensiero ai carbonari polesani torna solo l’anno successivo, 1820, annotando con dispiacere: “… si teme assai alcuni della liberà perduta per sempre, alcuni della vita pur anco. Dio allontani sì fatta tristezza”.
Il clima a Rovigo è ben diverso dall’anno precedente quando la città era pavesata a festa. Il 10 agosto il nostro cronista scrive: “Abbiamo continui passaggi di omeni che vanno e vengono per quanto vien detto a Napoli.”5. Nella città partenopea c’era stata un’insurrezione armata di stampo liberale, e gli insorti, guidati dal generale Guglielmo Pepe, avevano ottenuto dal re Ferdinando I la Costituzione. Fatto ritenuto di una gravità eccezionale dall’Austria che subito aveva iniziato ad allertare le sue guarnigioni per una spedizione armata, in base al cosidetto “principio di intervento” sancito dalla Santa Alleanza. Intervento che, decretato dai membri della Santa Alleanza riunitisi a Lubiana nel gennaio 1821, portò due mesi dopo ad un confronto armato con la sconfitta del generale Pepe e il ritiro della Costituzione.
Tutto ciò fa ben capire il clima di massima allerta e sospetto da parte dell’Austria, decisa più che mai a stroncare sul nascere il diffondersi dalla Carboneria. Una situazione questa che per i detenuti nelle carceri veneziane non lascia presagire nulla di buono, per cui la maggior parte attende ormai con rassegnazione la condanna. Ne fanno fede anche le parole di Silvio Pellico che annota “Nelle circostanze in cui era l’Italia io tenea per fermo che l’Austria avrebbe dato esempi straordinari di rigore, e ch’io sarei stato condannato a morte od a molti anni di prigionia”6
Il 22 dicembre del 1821 la corte giudicante emette il verdetto e, alla vigilia di Natale, si procede alla proclamazione della sentenza in piazza S. Marco, presente il vicerè Ranieri, tra uno spiegamento militare eccezionale, in modo da comunicare alla folla assiepata la gravità del delitto e scoraggiare la diffusione di idee antigovernative.
34 i condannati, di cui 13 “a morte per delitto di alto tradimento”, pena poi commutata per “grazia sovrana” in lunghi anni di carcere duro nella tristemente famosa fortezza dello Spielberg in Moravia o in quella di Lubiana (vedi scheda).

Allo Spielberg
Partiti da Venezia nella notte del 12 gennaio 1822, i condannati, incatenati a due a due, raggiunsero lo Spielberg il 10 febbraio, dopo un viaggio estenuante in pieno inverno. La detenzione nella fortezza morava fu molto dura, come documentato da Silvio Pellico ne “Le mie prigioni”. I prigionieri, incatenati stabilmente mani e piedi, avevano celle buie e un vitto povero e spesso ributtante.
Tutti ne soffrirono atrocemente, ed in particolare il conte Antonio Fortunato Oroboni che in seguito agli stenti si debilitò fino a giungere a morte, dopo soli due anni di detenzione, il 13 giugno 1823. Il Pellico si era molto legato al carbonaro di Fratta, con il quale riusciva a comunicare aggrappandosi alla finestra, dato che il frattense era alloggiato nella cella attigua alla sua. Nel suo memoriale lo descrive come “anima nobile, ardente di generosi sensi (…) egli univa la più candida e piena fede nel cristianesimo (…). Oroboni, dopo aver molto dolorato nell’inverno e nella primavera, si trovò assai peggio la state. Sputò sangue e andò in idropisia. (...) L’infelice giovane patì atrocemente, ma l’animo suo non si avvilì mai. Ebbe soccorsi spirituali dal cappellano, il quale per buona sorte sapeva il francese. (…) Morì nel giorno onomastico il 13 giugno 1823 (…). Le sue ultime parole furono: io perdono di cuore ai miei nemici” 7.
Dopo quattro anni, nel giugno del 1827, morì anche Antonio Villa, in seguito a lunghi patimenti e ai morsi estenuanti della fame.
Nello stesso anno, nel mese dicembre, si ebbero le prime scarcerazioni che interessarono don Marco Fortini e Antonio Solera. Nel 1830 veniva frattanto scarcerato Silvio Pellico, mentre per gli ultimi condannati polesani si dovette attendere il 1835, quando si aprirono le porte dello Spielberg per Costantino Munari, Felice Foresti ed infine Giovanni Bacchiega, che sdegnosamente aveva rifiutato due anni prima la grazia asserendo con orgoglio la sua volontà di patire per la patria, senza nulla accettare dall’imperatore.
Le cose andarono meglio per i detenuti di Lubiana, tutti scarcerati nel corso del 1824, senza che sia dato conoscere i motivi di una maggior clemenza esercitata verso questi condannati.

Dopo lo Spielberg
La maggior parte dei carbonari condannati, al ritorno nel loro paese evitarono di manifestare interessi politici e perciò non salirono più alla ribalta della storia. Ma qualcuno fece ancora parlare di sé.
Il mite don Marco Fortini, tornato a Fratta dopo una sosta a Vienna (secondo altri in Dalmazia presso le autorità religiose del luogo) fu progressivamente riabilitato ad esercitare le funzioni religiose. Evitò di interessarsi di questioni politiche, ma ebbe un particolare momento di gloria nel marzo del 1848, allorché l’insurrezione antiaustriaca, scoppiata in tutto il Veneto, allontanò anche dal Polesine i gendarmi asburgici.
Nel clima festoso che ne seguì, Don Fortini, ormai vecchio ed ammalato, fu portato in trionfo su un seggiolone per le vie del paese, quasi una reliquia del Risorgimento. Morì due mesi dopo, convinto che si stesse avverando il sogno di libertà ed unità d’Italia, mentre la sconfitta dell’esercito sabaudo a Custoza rinviava di 18 anni l’appuntamento del Veneto con la patria unita.
Felice Foresti, il pretore di Crespino, in contatto con gli ambienti carbonari emiliani, che era stato il vero tessitore della trama carbonara in Polesine, con la scarcerazione nel 1835 fu costretto dall’Austria a lasciare l’Italia e pertanto emigrò negli Stati Uniti.
Personaggio dotato di cultura ed intraprendenza, non ebbe difficoltà ad assumere ruoli di prestigio nel nuovo mondo, ottenendo anche la cattedra di Lingua e Letteratura Italiana nella Columbia University. Associatosi alla Giovane Italia, intraprese una fitta corrispondenza con Mazzini e Garibaldi, attivandosi in prima persona per una festosa accoglienza al Generale al suo arrivo a New York nel 1850.
Gradualmente si dissociò dal Mazzini per aderire alla Società Nazionale favorevole all’azione di Garibaldi con quella del Piemonte al fine di realizzare prioritariamente l’unità d’Italia. Ottenne con facilità la cittadinanza americana e dagli Stati Uniti fu nominato console a Genova, dove morì il 14 settembre 1858.
Vincenzo Carravieri, liberato nel 1824, tornò ad esercitare a Crespino la professione di medico, non rinunciando a coltivare gli ideali patriottici ed iscrivendosi alla Giovane Italia. Con la liberazione del Veneto nel ‘66 assunse cariche politiche, ottenendo vari riconoscimenti. Amatissimo dalla popolazione, morì il 20 luglio 1876, quasi novantenne.
Giovanni Bacchiega, personaggio particolarissimo, da giovane aveva militato nell’armata di Napoleone e poi del Murat, conservando per tutta la vita un piglio militaresco.
Iscritto alla Carboneria dal Foresti che lo assunse come impiegato alla pretura e lo annoverò tra i carbonari di Crespino, (abitava nel vicino paese di Guarda Veneta), fu tra i pochissimi a resistere ai pressanti interrogatori dell’inquisitore Antonio Salvotti, senza mai rivelare alcunché. Fu l’unico che rifiutò di firmare la petizione di grazia, affermando “Io non farò supplica alcuna, essendo lietissimo di patire per la causa italiana”, cosicché scontò tutta la pena.
Accolto dal Foresti negli Stati Uniti, passò poi in Francia dove si occupò di strade ferrate ed ottenne il passaporto per il Gran Ducato di Toscana che raggiunse nel 1847, morendo improvvisamente a Firenze nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1848. Riconosciuto come emerito patriota, ebbe funerali molto partecipati, nonché l’onore, davvero eccezionale, di essere sepolto in Santa Croce tra i grandi italiani8.
Costantino Munari, aveva avuto un ruolo di primo piano nella redazione della Costituzione Latina9, ovvero dello statuto dell’ipotizzato organismo di coordinamento a livello nazionale al di sopra della stessa Carboneria e di altre società segrete. Soffrì molto allo Spielberg, invecchiando precocemente, tanto che il Pellico lo descrive come ultrasettantenne, mentre al suo arrivo nel carcere moravo aveva da poco superato i cinquant’anni.
Liberato nel ‘35, tornò al suo paese a Calto con una salute molto compromessa. Morì due anni dopo all’età di 65 anni.


Bibliografia essenziale
- A.C. Bellettato, “Antonio Fortunato Oroboni e i Carbonari della Fratta”, Cittadella (PD), 1973
- Mario Qualdi “Crespino, pagine di storia”, Ed. Maseratese (PD), 1997
- G.P. Berti e F. Della Peruta (a cura di) “La nascita della Nazione, LA CARBONERIA, Intrecci veneti, nazionali ed internazionali”, ed. Minelliana, Rovigo, 2004
- Silvio Pellico “Le mie prigioni”, Oscar Mondadori, 2010

Note
1. Luigi Contegiacomo “Il microcosmo della Carboneria in Polesine. Legami familiari, sociali e culturali”, nel volume “La nascita della Nazione, La Carboneria, Intrecci veneti, nazionali ed internazionali”, ed. Minelliana, 2004.
2. Citazione tratta da: Giampietro Berti, “Governo austriaco e Carboneria nel Veneto. Il caso Polesine”, nel citato volume “La nascita della Nazione, ecc”, p. 265
3. Ivi, p. 267
4. Citazione tratta da: Carla Cappellozza, “Testimonianze dal versante ecclesiastico sulla vita sociale e politica nel Polesine tra l’occupazione francese e quella austriaca”, nel citato volume “La nascita della Nazione, ecc.” p. 294
5. Ivi, p. 299
6. Silvio Pellico “Le mie prigioni”, Oscar Mondadori, 2010, p. 56
7. Ivi, p. 174, 175
8. Ivo Biagianti “Un patriota polesano esule per l’Europa” in “La nascita della nazione, ecc! p. 333 e successive
9. Giorgio Fioravanti, “Costantino Munari e la Carboneria”, in Ventaglio Novanta, n. 34, Gennaio 2007

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La Sentenza contro i Carbonari

Attivata subito dopo la presa di possesso del Lombardo-Veneto, l’azione investigativa austriaca si fece pressante specie nel 1818 con l’individuazione di vari adepti o simpatizzanti della Carboneria (un’ottantina in tutto il Veneto, di cui almeno la metà in Polesine). Tra gli arrestati, furono alfine 34 gli imputati, trattenuti nelle carceri veneziane dell’isola di San Michele o dei Piombi, tutti sottoposti ad estenuanti interrogatori nel corso di tre anni - dai primi mesi del 1819 al dicembre del 1821 - fino alla pronuncia della sentenza avvenuta alla vigilia del Natale 1821, in piazza San Marco, nella zona antistante il Palazzo Ducale.
Dei 34, solo 2 ebbero una sentenza favorevole:
- ANNIBALE DAL FIUME di Badia Polesine
- DON GIUSEPPE MANTOVANI di Ficarolo
la cui imputazione “ajuto prestato ai delinquenti”, portò “per difetto di prove” alla sospensione del processo, obbligandoli però al pagamento delle spese processuali.
13 imputati furono invece condannati a morte per alto tradimento, con successiva commutazione della pena nel carcere duro. Di questi 13:
7 furono tradotti allo Spielberg (Brno):
- ANTONIO FORTUNATO OROBONI di Fratta (15 anni) morto nel giugno 1823;
- ANTONIO VILLA di Fratta Pol. (20 anni), morto il 23 giugno 1827;
- DON MARCO FORTINI Fratta Pol. (15 anni) liberato nel dicembre del 1827;
- SOLERA ANTONIO Milano (20 anni) liberato nel dicembre 1827
- COSTANTINO MUNARI Calto (20 anni) liberato nel marzo del 1835
- FELICE FORESTI Crespino (20 anni) liberato nel dicembre del 1835;
- GIOVANNI BACCHIEGA Guarda V. (15 anni) liberato nel dicembre del 1835;
6 furono destinati alla fortezza di Lubiana:
- FRANCESCO CECCHETTI di Rovigo (6 anni)
- GIOVANNI MONTI di Fratta Pol (anni 6)
- VINCENZO CARRAVIERI di Crespino (6 anni)
- PIETRO RINALDI di Canalnovo (6 anni)
- G. B. CANONICI di Ferrara (10 anni)
- GIUSEPPE DELFINI di Ferrara (10 anni),
tutti scarcerati nel 1824
Pene decisamente più ridotte furono comminate
ai restanti 19 imputati, rei di grave trasgressione di polizia
contro la sicurezza dello stato:
- GIACOMO MONTI di Fratta, sei mesi di arresto rigoroso
- ANTONIO POLI di Fratta, sei mesi di arresto rigoroso
- CARLO POLI di Fratta, sei mesi di arresto rigoroso
- FEDERICO MONTI di Fratta, un mese di arresto semplice
- DOMENICO GRINDATI di Fratta, sei mesi di arresto rigoroso
- VINCENZO ZERBINI di Fratta, sei mesi di arresto rigoroso
- BENVENUTO TISI di Crespino, sei mesi di arresto rigoroso
- DON GAETANO CAPRARA di Crespino, sei mesi di arresto rigoroso
- ANTONIO LENTA di Rovigo, scarcerazione immediata
- DOMENICO ZONA di Rovigo, sei mesi di arresto rigoroso
- VINCENZO GOBBETTI di Rovigo, sei mesi di arresto rigoroso
- NATALE MANEO di Polesella, sei mesi di arresto rigoroso
- LUIGI MANEO di Polesella, sei mesi di arresto rigoroso
- GIROLAMO LOMBARDI di Polesella, sei mesi di arresto rigoroso
- CARLO CAVRIANI di Occhiobello, un mese di arresto semplice
- VINCENZO SALADINI di Occhiobello, 3 mesi di arresto rigoroso
- FRANCESCO MAREGOLA di Ariano, un mese di arresto rigoroso
- L. ANTONIO VIVIANI di Fiesso Umbertiano, sei mesi di arresto rigoroso
- DOMENICO COLLAMARINI di Ancona, scarcerazione immediata

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POLITICA
26 ottobre 2011
Roma o morte, la guerra delle poltrone
PARTITO DEMOCRATICO Si crea l’asse Crivellari-Frigato contro Spinello-Zanellato

(l.g.) C’è qualcosa di nuovo oggi nel Pd, anzi d’antico. Se Pascoli ci perdona, come meglio descrivere un
partito che sbandierando il rinnovamento, fa le corse alle poltrone come nel passato?
Tutto si sostanzia così nelle fratture di un Pd che dopo mesi di silenzio, inizia a rialzare la testa per l’ipotesi di elezioni parlamentari nel 2012. In ogni caso il 2013 non è lontano ed è meglio essersi posizionati per tempo.
Già il documento partorito dal direttivo provinciale di lunedì andrebbe letto come la contraddizione di quel che veniva detto solo un anno fa. Si ricorda il "facciamo da soli, gli altri verranno"? Bene, ora viene impegnata la segreteria provinciale «ad adoperarsi per mettere in atto tutte le iniziative e le proposte finalizzate» al progetto di «condividere con gli alleati una agenda politica costruita e calibrata su scala provinciale» in vista delle Comunali di primavera.
Se questo atteggiamento diverso dodici mesi dopo è palese, è interessante capire cosa può svilupparsi. Il Pd in Basso Polesine è pressoché sparito e si dice che pur di entrare nelle giunte, si punterebbe a fare alleanze miste e trasversali come a Rosolina o come quelle di Porto Tolle, con la sfida in quest’ultimo tra le armate dell’ora mezzo leghista Ivano Gibin e quelle del nume tutelare del Pd Angelo Zanellato.
Le partite locali, però, sono una cascata di quelle per ruoli più elevati. Dopo le scelte non felici per le Comunali 2011 a partire da Rovigo, e i sacrifici di alcuni nomi per sostenere tali scelte (come l’accordo che ha portato Graziano Azzalin in Regione per candidare Federico Frigato sindaco), le incrinature si fanno vistose. Si dice che vi sia una frattura nella maggioranza congressuale tra ex Ds ed ex Margherita, ma anche che ve ne sia una più grave tra il segretario Diego Crivellari e chi l’ha sostenuto, Gino Spinello. Crivellari, nel solco dei rottamatori, punterebbe a fare l’alleanza con Federico Frigato per candidare quest’ultimo al Parlamento e se stesso alla Regione nel 2015. La battaglia si combatte contro Spinello e Zanellato che sarebbero in lizza per Camera e Senato. Tutto ciò mentre l’altro leader della maggioranza congressuale, Domenico Romeo, terrebbe gli ex socialisti alla finestra in attesa di un posto per la figlia Nadia in giunta provinciale.

Mercoledì 26 Ottobre 2011,
IL GAZZETTINO


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POLITICA
24 settembre 2011
Poche nascite e più poveri Rovigo "invecchia" male
 

L’ALLARME Solo gli stranieri fanno aumentare la popolazione. Saccardin: «Raddoppiati i bisognosi»

Sabato 24 Settembre 2011, 
Meno risorse e più bisognosi. L'assessore ai Servizi sociali di Palazzo Nodari, Gianni Saccardin, a tre mesi dal suo ingresso in giunta, fa il punto della situazione, forte anche della sua esperienza nello stesso ruolo con l'amministrazione Avezzù.
«Per capire come siamo messi basta fare i conti - illustra Saccardin - durante l'ultimo anno come assessore nel 2005 avevo a disposizione 118mila euro per il Rui (reddito ultima istanza), 150mila per l'immediata assistenza e 55mila per il sostegno alle famiglie monoreddito. Un totale di 323mila euro. Oggi ne ho 30mila per il Rui e 95mila per l'immediata assistenza cioè complessivamente 125mila: il 61 per cento in meno».
D'altro canto, invece, i bisognosi di aiuto sono raddoppiati «da 95 in tre mesi nel 2002 a 205 sempre in 90 giorni, nel 2011. Questo vuol dire che la richiesta si è duplicata mentre le risorse sono più che dimezzate». L'assessore, prima che si scatenino polemiche, precisa, poi, che la maggior parte degli indigenti non è straniero: «Su 300 richieste di immediata assistenza, i casi più disperati, 200 provengono da famiglie italiane». I «nuovi poveri» secondo Saccardin «non sono più i malati psichici, ex tossici e casi problematici come una volta. Oggi a bussare alla nostra porta sono i neo disoccupati che magari dopo una vita in fabbrica o in negozio, a oltre 50 anni, si ritrovano senza lavoro e con nessuna possibilità di assunzione».
La preoccupazione dell'assessore, inoltre, è anche per l'invecchiamento dei rodigini: «Al 31 dicembre 2010 Rovigo contava 52.785 abitanti, nel 2002 eravamo 50.337, ma siamo cresciuti solo grazie all'arrivo degli stranieri che sono passati da 979 a 4935 (di cui 986 comunitari). Questo vuol dire che non ci sono nuovi nati e quindi che i rodigini invecchiano sempre di più: gli anziani sono 11.570, il 22 per cento sul totale degli abitanti del capoluogo. Di questi 3.540 (il 30,6 per cento) sono soli. I grandi anziani, quelli over 75, sono numerosissimi: 3.947 di cui sette sono centenari e altrettanti hanno superato la soglia dei 100. Il più vecchio ne ha 108».


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POLITICA
24 settembre 2011
A Porto Tolle e Occhiobello il boom dell’immigrazione
A Porto Tolle e Occhiobello il boom dell’immigrazione
Numeri da primato addirittura nell’intero Paese

Sabato 24 Settembre 2011, 
(e.l.t.) Aumentano gli stranieri residenti in Polesine e il primo posto spetta al Comune di Porto Tolle, che rispetto a tutti gli altri comuni del Veneto, registra un maggiore aumento dei residenti extracomunitari. Rispetto allo scorso anno, infatti, il centro bassopolesano ha visto un accrescimento in percentuale pari a più 17,9 per cento. Al terzo posto della graduatoria regionale c’è un altro comune polesano, ma questa volta bisogna passare all'Alto: Occhiobello, rispetto al 2010, ha registrato una crescita di stranieri residenti pari a più 16,3 per cento. A dirlo è la ricerca effettuata dalla Fondazione Moressa su dati Istat. «L'alta presenza di stranieri nei comuni italiani - affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa - mostra come nel nord vi sia una maggiore concentrazione di immigrati che oltre ad aver trovato in queste aree più opportunità occupazionali, decidono di stabilirvisi allargando il proprio nucleo familiare. È proprio in queste aree che si registrano le maggiori nascite da coppie straniere». In quanto a crescita della popolazione straniera, al Sud (rispetto alle aree settentrionali) le dinamiche sono più intense. Rispetto alle altre regioni italiane, Porto Tolle (come primo centro in Veneto) si trova al tredicesimo posto, mentre Occhiobello è all'undicesimo.

Il Gazzettino

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POLITICA
23 settembre 2011
Piano di risparmio, il dg:«Ho bloccato tutto»
 

ULSS 18 I consiglieri regionali continuano a rassicurare, ma Marcolongo replica: «Io ho letto le delibere» 
 
Giovedì 22 Settembre 2011, 
«È già tutto bloccato. In pratica non si compra più alcunché».
La laconica conferma che il risparmio di 10 milioni imposto alla sanità polesana dalla Regione è ormai realtà, arriva dal direttore generale dell'Ulss 18 in persona. Adriano Marcolongo in questi giorni non è in sede. Rientrerà lunedì e si è già reso disponibile per chiarire lo stato dell'arte dell'azienda sanitaria. «Le rassicurazioni non contano - ha aggiunto Marcolongo -. La realtà è un'altra. Ciò che dicono i consiglieri regionali sono solo parole. Io so cosa riportano le delibere della Regione perché ne ho analizzato il contenuto. E la situazione è che, di fatto, siamo bloccati».
Insomma, per i dettagli bisognerà aspettare. Ma non è campato in aria l'allarme sul futuro della maggiore Ulss del Polesine, soprattutto in riferimento all'imponente intervento di ristrutturazione dell'ospedale di viale Tre martiri.
E tuttavia anche l'ennesimo colloquio avuto martedì dal consigliere regionale leghista Cristiano Corazzari con il segretario generale alla Sanità veneta Domenico Mantoan non avrebbe fatto emergere, secondo quanto riferito dallo stesso Corazzari, elementi di preoccupazione tali da far prevedere scelte draconiane né per i livelli dei servizi offerti né sugli investimenti in agenda. Corazzari in una nota concorda con le osservazioni del sindaco di Trecenta Antonio Laruccia e ne condivide l'invito ad impegnarsi per il territorio al di là degli schieramenti politici. «L'ospedale San Luca è fondamentale per un'area frammentata e con alta incidenza di popolazione anziana - sottolinea l'esponente del Carroccio - e so quanto l'Altopolesine abbia dato sul piano della riorganizzazione del sistema socio sanitario. A dispetto di chi strumentalizza queste questioni, l'obiettivo della Regione rimane quello di ottimizzare la spesa senza intaccare i servizi erogati ai cittadini».
Fa il pompiere anche l'altro consigliere regionale di maggioranza Mauro Mainardi che invita espressamente «a fare squadra senza agitare inutili spauracchi». Mainardi annuncia che martedì i rappresentanti della sanità polesana saranno in udienza in Commissione Sanità. «Mi farò portavoce delle istanze della collettività - puntualizza il consigliere del Pdl - Siamo in una fase delicata che va seguita con la massima attenzione. Discuteremo del Piano socio-sanitario votato a luglio dalla giunta Zaia. Oltre ai presidenti delle Conferenze dei sindaci dell'Ulss 18 e 19, saranno sentite anche le altre rappresentanze territoriali per avere un confronto ampio senza esclusioni che evidenzi eccellenze, professionalità e urgenze».

Il gazzettino


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POLITICA
21 agosto 2011
Polesine "terra di provincia"
  

Mi trovo da alcuni anni fuori dal mio amato Polesine,mai come ora mi si addice "Non voglio morire Padovano".
Polesine, terra di lotta e sacrifici dei nostri padri,nonni ,bisnonni........terra della nostra infanzia, noi tra campi,pioppeti,prati,canali e fiumi abbiamo visto i sacrifici ,la miseria,...ma ,l'orgoglio e la dignità dei nostri padri ci hanno insegnato quanto amato sia il nostro Polesine.
Non dobbiamo essere coinvolti "dall'indifferenza" stiamo tutti uniti per sempre dire..... "Sono un Polesano"!


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